Pubblicato il 28/12/2018

Peverada: non è la solita “impepata”

Durante tutto l’anno questo blog vi ha parlato delle tradizioni culinarie del territorio del Trentino – Alto Adige. Abbiamo visto piatti noti, altri meno, che spaziavano dal salato al dolce per un’unica gustosa pietanza, la tradizione per l’appunto. Le tante ricette che abbiamo visto differivano tra di loro anche da un punto di vista “spaziale”, per non dire temporale visto che alcune sono a ridosso della leggenda, fornendoci l’idea di quanto un piatto possa cambiare da valle a valle. Tra i vari segreti culinari che abbiamo visto c’era un filo rosso che li univa tutti e questo era la “necessità”, ma andiamo con ordine.

Come in molti sapranno, il Trentino – Alto Adige è sempre stato un territorio piuttosto arretrato rispetto all’area del Triveneto. Con i suoi monti e la sua economia di sussistenza si cercava sempre di fare molto anche quando non c’era praticamente niente, e di esempi ne abbiamo visti a bizzeffe. Basti pensare ai tradizionali canederli, alla classicissima polenta oppure agli strangolapreti, tutti questi cibi ricalcavano sia la personalità della popolazione locale che la realtà nella quale essi vivevano. Decisamente dura e difficile, dovendo fronteggiare i pesanti lavori in alta montagna ed i freddi inverni, i trentini dell’epoca si arrangiavano come potevano per dare a famigliari e lavoratori un pasto caldo, sano e nutriente che fosse in grado di dar loro tanta energia per meglio sopportare la fatica.

Una di queste pietanze, forse tra le più semplici ed economiche che abbiamo visto fino ad ora, è la “peverà” o “peverada trentina“. Da non confondere con la veronese “pearà”. In quest’ultima di base vi sono midollo di bovino e brodo di pollo o di manzo, mentre la “peverada trentina” prevede un largo uso del pepe, come si evince dal dialetto nel nome, e la sua origine si perde nel Medioevo. Tale piatto è sopravvissuto fino ai giorni nostri proprio per la qualità dei suoi ingredienti. La ricetta consiste infatti nel cucinare pane raffermo e formaggio grattugiato, cipolle, lucanica, olio e sale e pepe in abbondanza con l’aggiunta, se si vuole, di un tocco di alloro. Semplice vero?

È proprio questa sua semplicità la chiave per questo piatto che si rivela essere un’ottima scelta per accompagnare i bolliti e per essere gustato con la polenta gialla. La preparazione, poi, è veramente alla portata di tutti coloro che si vogliono avventurare tra i fornelli, neofiti inclusi! Per prima cosa si scalda l’olio in una padella e vi si fa rosolare il pane grattugiato assieme alla cipolla tritata. Dopo che il tutto si è bello dorato aggiungete il brodo, la lucanica ed un po’ di pepe. Cucinate il tutto a fiamma bassa per circa due ore ed aggiungete il formaggio, e l’alloro se lo gradite, e lasciate sbollire il tutto per circa una mezz’oretta. Passati questi minuti servite in tavola con un’altra generosa manciata di pepe nero e gustatevela assieme a bolliti e polenta.

Per l’occasione stappate anche una buona bottiglia di vino rosso, se vogliamo rispettare la tradizione locale consigliamo Marzemino e Teroldego, oppure una buona birra. A proposito del biondo nettare, dove potete gustarlo assieme ad altri prodotti tipici trentini? Semplice, al Ristorante Birreria  Forsterbräu di Trento!

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